Cosplay, Fanart e Copyright: edizione 2021

Articolo di Mattia Bulgarelli, pubblicazione originale su Patreon pagina de "il Fiscartista".

Foto di copertina su gentile concessione di Mochichuu:

Per l’immagine a corredo dell’articolo: TIE è una serie creata da Mattia Bulgarelli e Michela Da Sacco. Omaggio a Kill La Kill, ©Studio Trigger.

 

Copyright Rebuild 2021: You Can (Not) Cosplay.

Per cominciare, come al solito ringraziamo chi mi permette di trovare il tempo di studiare, indagare e scrivere questi articoli: tutti gli iscritti alla mia pagina Patreon “Il FiscArtista” e in particolare Rights Chain, con cui ho già fatto quattro chiacchiere e che sono stati tra i primi a parlare di cosplay e diritto d’autore in modo ragionato.

Il mese scorso abbiamo fatto una velocissima panoramica sul diritto di citazione e sulle forme che prende in varie parti del mondo. Ma se già la teoria è vaga e complicata, la realtà dei fan supera la fantasia dei legislatori.

Cosplay e Fanart: inizia come una storia d’amore, si finisce a parlare di soldi.

Cosplay e Fanart sono due concetti che siamo in grado di cogliere istintivamente, ma a cui è difficile mettere un confine preciso.

Fa cosplay chi indossa un costume di un personaggio, certo, ma questa attività non è per forza un fatto individuale. Esistono gruppi e organizzazioni di fan, esistono negozi specializzati in materiale per realizzare i costumi, vengono organizzate manifestazioni, a volte con premi, che spesso fanno parte dell’attrattiva di fiere ed eventi che a loro volta staccano biglietti ai visitatori. Esistono anche mestieri (relativamente) nuovi, come modelli e modelle di foto in costume, foto spesso distribuite su siti a pagamento.

E tutto questo, ovviamente, muove denaro. Che può raggiungere, in alcuni casi, anche cifre importanti. Cosplayer di professione in Giappone, così come account Patreon e Onlyfans, possono spostare anche centinaia di migliaia di Euro all’anno, e per queste compagnie si deve ragionare, complessivamente, tra le centinaia di milioni e i miliardi, come unità di misura.

Tra le cosplayer più di spicco in Giappone, Enako ha condiviso di avere un reddito lordo annuo che si aggira attorno ai 50 milioni di yen (circa 400.000 EUR/anno, fonte Crunchyroll, Twitter)

Le Fanart, d’altra parte, non possono essere liquidate semplicemente come “un omaggio” o come “esercizio creativo”. Lo sono in alcuni casi, ed è un esercizio creativo spesso molto utile al disegnatore, ma sono anche fonte di reddito per gli autori stessi, che possono sfruttare il traino del nome famoso per attirare l’attenzione verso le loro abilità di artisti, o anche per realizzare commissioni da parte di un pubblico che già ama quel personaggio e che ne vuole una nuova versione fatta da un artista che fino a pochi secondi prima non conoscevano. La fanart è anche utile ad un artista per comunicare al suo pubblico potenziale “sono uno di voi, abbiamo gli stessi idoli” e, si spera, interessarlo.

La cosa ha dei risvolti interessanti da un punto di vista psicologico e di marketing, perché se una parte del pubblico può anche disprezzare come “sellout”, cioè “venduto”, un autore che pubblicasse sempre e solo il personaggio più di moda in quel momento, è anche vero che questi autori hanno, spesso, un giro economicamente più nutrito. Su Patreon, le cifre delle Top 50 pagine di cosplay NSFW sono grossomodo il doppio, in termini di iscritti, di quelle SFW. E nelle top 50 assolute, almeno due di queste pagine hanno “fanart NSFW” in cima alla loro descrizione. Più difficile avere dati in termini di incasso effettivo.

Cos’è successo in Giappone?

In pratica, non è successo granché, ma qualcosa si sta muovendo.

Dal lato fanart, ha fatto notizia un comunicato dello Studio Khara che, a fine 2020 ha pubblicato per la prima volta delle linee-guida per le opere dei fan (qui il tweet originale in giapponese e qui il testo in giapponese delle linee-guida). Il tempismo rispetto all’uscita prevista (e poi rimandata) del quarto film della serie “Rebuild of Evangelion”, e relativa colossale operazione pubblicitaria, non è casuale, credo.

Stando alla traduzione non ufficiale in inglese pubblicata qui, si tratta di una serie di raccomandazioni perfettamente ragionevoli: le attività dei fan non possono essere utilizzate per profitto, non creare materiali che possano essere confusi con il materiale originale, la pubblicazione sui siti a pagamento è permessa a condizione che l’account non sia dedicato esclusivamente a materiale sulle loro proprietà intellettuale, lo Studio si riserva il diritto di intervenire e bloccare prodotti non consoni alle linee-guida, non creare contenuti offensivi, razzisti o pornografici…

...e proprio quest’ultimo termine è quello che ha acceso la discussione online. Vuoi perché l’argomento è sempre delicato, vuoi perché non si può far finta di non sapere quanto sia pesante la produzione di opere amatoriali pornografiche che mostrano i personaggi fare tutto quello che gli autori pensano che facciano o dovrebbero fare a porte chiuse: che si tratti di una modella poco vestita su Patreon o un fumetto al Comiket di Tokyo, esiste una grossa, grossa monetizzazione non ufficiale della pornografia sui personaggi famosi, e tutte le parti in gioco lo sanno perfettamente.

Ora, a mente fredda è chiaro che Studio Khara non può in nessun modo dire “prego, fate pure opere pornografiche con i personaggi (inclusi i protagonisti minorenni) delle nostre opere e usatele per fare soldi”, ma a caldo abbastanza fan hanno parlato di “censura” da spingere lo Studio a pubblicate una chiarificazione su come non fosse questo l’intento delle linee-guida, che sono rimaste assolutamente invariate. Ma, d’altronde, urlare alla censura anche quando questa non c’è, sembra essere lo sport preferito di internet degli ultimi anni.

L'export di anime e prodotti correlati è il 46% del fatturato totale dell'industria delle produzioni animate con un volume d'affari dell'ordine dei 10 miliardi di dollari USA, pari a circa lo 0,2% del PIL giapponese.

Neanche un mese dopo, cioè pochi giorni fa, a soffiare sul fuoco è arrivata la notizia dell’interesse del governo giapponese a cercare una mediazione tra la protezione dei diritti d’autore, il lavoro dei cosplayer professionisti, la libertà di espressione e i benefici indiretti dell’esportazione culturale del cosplay. I primi due fattori sono stati nominati esplicitamente, il terzo entra in ballo implicitamente, e il quarto non viene menzionato ma non può essere escluso se vogliamo il quadro completo della situazione: il Giappone è estremamente conscio del valore dell’immagine di un Paese all’estero per il turismo, specie alle porte di un evento globale come le Olimpiadi, al punto da avere, dal 2013, un’iniziativa chiamata “Cool Japan”, e il nome dice già tutto.

Stando all'Anime Industry Report 2019, l'export di anime e prodotti correlati è il 46% del fatturato totale dell’industria delle produzioni animate (il resto è fatturato interno al Giappone, ovviamente). Siamo nell’ordine dei 10 miliardi di dollari USA, per capirci, circa uno 0,2% dell’intero PIL giapponese, e parliamo solo del fatturato diretto, escludendo quindi i benefici indiretti tipo il turismo (in tempi pre-Covid si parlava di un 30 milioni di visitatori annui, tre o quattro volte i numeri di una decina di anni fa), ed è chiaro che sia di interesse del governo capire come trovare un qualche tipo di incastro di beneficio per tutti. Può sembrare strano che una cosplayer sia ufficialmente ad un tavolo di trattative con un governo, ma a mente fredda è perfettamente normale che vengano convocati i rappresentanti più prominenti di un’industria per consultazione sul loro punto di vista, ed Enako è una figura di spicco, parliamo di un reddito lordo attorno ai 50 milioni di Yen nel 2020 (attorno a 400.000€). La cosplayer ha anche rassicurato i fan via Twitter sull’essere perfettamente in regola fiscalmente, con l’aiuto della sua agenzia e dei suoi contabili.

Sulla questione tra governo giapponese e cosplay, qui trovate un breve e preciso riassunto fatto da Animeclick, e qui un articolo in inglese del World Intellectual Property Review.

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Personaggi creati da me e Michela Da Sacco che fanno un cosplay-omaggio dei personaggi di Kill La Kill. Lo Studio Trigger potrebbe avere delle pretese su quest’opera o no? Chissà!

Cosa dice la legge italiana, oggi?

La fanart viaggia su un terreno scivoloso per i motivi detti prima.

Si può argomentare, e in effeti lo sento spesso nelle discussioni online in tema, che la reinterpretazione personale di un personaggio famoso, anche se eseguita a scopo di lucro, sia un lavoro personale che omaggia un fenomeno culturale molto più grande di lui e che quest’ultimo non può uscirne danneggiato. In alcune normative (es.: USA) la mancata capacità di produrre un danno è considerata anche nel suo potenziale, per cui anche una riproduzione oggettivamente “così com’è” di personaggi, marchi e altro può essere considerata “fair use” e quindi OK. In altre (es.: in Italia) ci si basa di più sulla presenza o meno di un’infrazione vera e propria, per cui occhio perché la stessa attività potrebbe essere sanzionabile qui ma considerata “fair use” in USA.

Il cosplay è un caso ancora più complicato: la norma italiana sul diritto d’autore, che parte dalla legge 622/41 (qui in un sito comodo per la consultazione), non menziona esplicitamente né i personaggi né i costumi (teatrali, televisivi, ecc.) come parte della proprietà intellettuale difendibile.      

Ma dall’altra parte abbiamo tantissimi casi di protezione della proprietà intellettuale estesa e riconosciuta non solo alle storie, ma anche ai personaggi in sé, ma non ho trovato nulla sui costumi nello specifico, se non una controversia relativa al mancato riconoscimento dei costumisti come creatori di opere dell’ingegno risalente a qualche anno fa, che mi fa sospettare che la questione sia tuttora in un limbo irrisolto.

Andiamo oltre il semplice “indossare un costume”, e consideriamo un atto performativo come esibirsi su un palcoscenico: è un’opera dell’ingegno a carattere creativo! E perché non dovrebbe esserlo, considerata la fatica e la cura nel preparare l’esibizione? In questo caso, l’utilizzo di un costume di un personaggio pre-esistente potrebbe, forse, rendere l’esibizione un’ “opera derivata”, cosa che riapre il problema dell’autorizzazione del detentore dei diritti sull’opera originale, riapre il confronto tra l’apporto originale dell’autore e riapre la scappatoia della parodia. Col rischio di creare una situazione paradossale per cui recitare una scena parodistica dell’opera originale sarebbe protetto al 100%, mentre una scena originale ma seria, o una breve scena fedele all’originale sarebbe punibile se il detentore dei diritti volesse aprire le ostilità legali.

Un’ultima consierazione: se un creatore di contenuti dichiara in forma più o meno ufficiale una sua volontà, come il comunicato stampa di Khara di cui sopra, o come fa spesso Neil Gaiman (esempi: qui e qui), questa ha valore legale, ma in caso di silenzio ci si deve attenere alla norma generale… e sperare che non sia troppo litigioso sui casi dubbi.

Come detto più volte, siamo ancora molto lontani dall’avere risposte certe e sicure in tema. Vedremo se il Giappone, dopo averci dato il Cosplay, ci darà anche la normativa a cui ispirarci per gestirlo senza dover avere paura delle stesse compagnie che ci danno i prodotti che tanto amiamo.

Autore

Mattia Bulgarelli

Mattia Bulgarelli

Columnist

Grafico e sceneggiatore freelancer, Docente presso Enaip Mantova e Lucca Manga School, socio fondatore di Awe Edizioni.

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